lunedì 29 giugno 2015

Di Disneyland, d'austerity e di altre baggianate.

Disneyland - Quanto di più simile alla sostanza dei sogni - The closest thing such stuff as dreams
La magia è servita: ogni santissimo giorno, ogni maledetta sera
#DailyHaiku

Quante gioie
Da singoli purgatori
In finti Eden

(con vivo riferimento a Dante 7.5.0)
Tappa obbligata nel percorso genitoriale. Vabbé, non per tutti, ok. Ci sono quelli che "solo lì è fantastico" e quelli "dovranno raggiungere la maggiore età e ripudiarmi come genitore". E in mezzo milioni di sfumature che vanno dal rosa al nero.

Parti con sentimento scettico e atteggiamento di sufficienza che il buon padre di famiglia di centrosinistra senza collocazione politica dalla superiore consapevolezza dettata dalla medio-alta/alta cultura costruita in anni di studio più o meno certificate. Sì, anche in tematiche Disney (principalmente classiche) ho annate di Topolini, Almanacchi, Grandi Classici, edizioni monografiche, Albi speciali e oltre.

Arrivi e ti trovi davanti a un dilemma.

Non tanto se montessorianamente parlando dovrai espiare con anni di appezzamenti di terra da seminare, animali da accudire e levigare scatole di legno (lo sai: anche solo pensando a esso ti devono spuntare calli e vesciche sulle mani).
Quanto che le politiche degli ultimi venti anni condotte in Europa e in Italia in particolare non siano state un sbaglio, enorme. Costante, ripetuto nel tempo, nei modi e negli spazi. Un abbaglio che per non sconfessarlo te lo ripetono come mantra: Serve l'austerity.

Arrivi e vai a leggere su wikipedia, dopo la mappa, le attrazioni da non perdere e le curiosità, anche la genesi, il crollo finanziario, le ricapitalizzazioni. E ti parlano di un flop finanziario, ma non commerciale. Una marea di persone che lavorano, che siano dentro un pupazzo (a patire il caldo e bambini entusiasti o riottosi) oppure invisibili manutentori di ogni singola mattonella o cartaccia buttata. Non la vedi che in superficie la ferrea organizzazione, volta a un obiettivo. Un obiettivo perseguito malgrado tutto, la crisi economica, il difficile rapporto tra francesi e chiunque non sia figlio di Marianna, le congiunture e i mancati introiti sperati. Malgrado tutto si fa. E si bada poco alle spese (ma questo è tradizione nella Disney, per fare Fantasia e inventare per inciso il Dolby Surround è andato in bancarotta), perché si ha una visione a lungo, lunghissimo termine.
Il parco non deve risentire delle congiunture finanziarie, altrimenti va tutto in vacca prima che si inizia a parlare. La visione prevale su speculatori e analisti, si punta a diventare un polo, con un obiettivo che va oltre quello puramente economico (a prescindere dal giudizio che si possa avere del messaggio o del modo in cui questo messaggio sia espresso).

Vi immaginate un (mini)musical su Frozen senza scenografia e solo la principessa Elsa, perché "gli investitori internazionali chiedono tagli" oppure le corse sulle montagne russe ridotte di un terzo nei convogli e per la metà della durata a causa della ristrutturazione del debito voluta dal Fmi?
Ma chi ci andrebbe, come si potrebbe minimamente immaginare che questo modello potrebbe funzionare? Insomma l'austerity è fallimentare nel profondo se c'è dall'altra parte una visione strategica e industriale.

E volendo mischiare capra e cavoli, se questo è vero per Disneyland Paris, perché non dovrebbe esserlo anche per la Grecia o l'Italia o la Spagna, al netto di abbassamento dell'evasione fiscale (non è neanche immaginabile nel parco), di meritocrazia (le attrazioni che non vanno si riallestiscono o cambiano sostanza), lotta alla corruzione e all'abusivismo (che non fa mai male) e una diffusa sensazione di pari opportunità. Non sono esperto di politiche del lavoro francesi o dei criteri di assunzione nel colosso del Topastro, ma magari solo in superficie non esistono lavori "solo maschili" o "solo femminili". I macchinisti dei treni sono persone che possono essere maschio o femmine. Ugualmente per il personale addetto a rendere puliti i bagni come in molte parti d'Italia ti sogni anche negli hotel. Dentro un pupazzo neanche a parlarne, a meno che tu non sia un emulo di Bones, non puoi certo sapere di che sesso sia. Certo poi ci sono le divise che più stereotipate non possono essere (maschi con vestiti da maschi, donne con vestiti da femmine): ma fa parte del grande spettacolo.
E le maschere son maschere.

L'anno scorso si è parlato tanto dei conti in rosso di questo sistema economico che se fallisse veramente comporterebbe a Parigi molti più danni di un eventuale default di Atene.
Ma genera più di 55.000 posti di lavoro e creato qualcosa come 37 miliardi di euro nel solo settore turismo. Se fossi il ministro del tesoro francese, me ne fregherei altamente di eventuali richiami per aiuti di stato (tanto in Europa solo Italia e Grecia li hanno pagati), farei portare in detrazione tutti i costi per il personale (se ci sono lavoratori salariati e tanti con tutto l'indotto creato dentro e fuori dal parco, i soldi mi rientrano da Iva, accise, tasse più o meno indirette) e il resto delle tasse gliele abbonerei un bel po'. Dieci milioni (a star bassi) di turisti all'anno me ne fanno rientrare di soldi.

Posto magico? Forse no, ma fa riflettere il modello di sviluppo che si è voluto creare, di certo non basato a tutti i costi sul profitto, possibilmente a breve.

E poi c'è un altro motivo, più romantico, favolesco, ma stiamo parlando del posto a questo scopo preposto. In uno dei film più divertenti del binomio Pixar-Disney, Monster & Co, campeggiava accanto l'insegna della ditta il motto We Scare Because We Care (più o meno "Spaventiamo perché ci preoccupiamo), che detto così risuona tanto familiare nelle orecchie. Ma poi dopo astruse e casuale vicissitudini si dimostrava che le risate di gioia dei bambini erano molto più energiche e redditizie delle urla di paura degli stessi.
Think funny. Magari ci credono davvero. Magari è per questo che malgrado tutto continua a esserci, magari è questo il fondamento della (loro?) economia.

Perché comunque una landa desolata, chiusa e dismessa non ha, né dà speranza di futuro.

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