Spesso si è accusati di parlare bene, ma nulla cambia. Mai.
Scusate, ma non sono d'accordo,è possibile fare qualcosa: la gente crede alla televisione e alle proprie convinzioni difficilmente rinuncia.
Però siamo in Italia e quando qualcosa tocca da vicino diventa la cosa più importante del mondo: allora ci si avvicina a quanti conosciamo che non hanno la sensibilità di leggere un blog o un approfondimento e ci si mette buoni buoni a spiegare non i massimi sistemi, ma i conti, le cose concrete.
Da quanto non ti aumentano lo stipendio? Quanto ti danno ti pensione? Non hai trovato posto all'ospedale per la radiografia? La strada che fai è piena di buche? I tombini rendono le vie fogne?
Allora guarda cosa sarebbe potuto succedere se chi ha eluso, distratto, evaso le tasse le avessero pagate. Guarda chi sono, a chi sono legati. Guarda chi votano, chi difendono.
Dati concreti e inerenze alle realtà non scuoteranno le coscienze, ma gli animi sì.
E perdonatemi ancora, per me questo è fare politica.
Prospettive personali in universi sociali. Riflessioni in libertà di scrittura su fatti o eventi della vita privata. Ma il pubblico è privato, ergo, iniziamo a gettare semi e le piante delle proposte arriveranno. Obiettivo: nuovi modi per vivere la cittadinanza.
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martedì 29 settembre 2009
A volte ritornano: incubi e ingiustizie
Non sono forcaiolo, spesso mi dicono che sia fin troppo moderato,
perché da prima dei tempi del famoso scontro in segreteria dell'allora Pds tra Baffino D'Alema e Speramo Veltroni appoggiavo e credevo (e permettetemi nello sguaiato ottimismo di crederlo ancora) nella visione nuova di una realtà socialdemocratica proposta da quest'ultimo.
Non amo troppo l'intervento dello stato sul mercato, fatte salve e pubbliche una serie di servizi fondamentali (dalla scuola all'acqua, passando per l'ordine pubblico all'energia elettrica).
Eppure ancora una volta ecco che dalle mie nari mi fuoriesce uno sbuffo da toro inferocito. L'ennesima angheria e turlopinatura per chi fa di tutto per cercare di vedere della normalità in questo sciocco paese.
Materia del contendere, il neo Scudo Fiscale, ossia il nuovo cavillo o cavallo di troia per imbellettare un colpo di spugna verso arricchimenti illeciti di chi già molto aveva guadagnato.
Non ho competenza tecnica (anche io ho i miei limiti) per spiegare in dettaglio, così riporto uno stralcio tratto dal Fatto Quotidiano a firma del Procuratore Aggiunto di Torino Bruno Tinti (non uno qualsiasi, ma una persona retta che ha sempre lottato contro i malaffari italiani, senza guardare a quale parrocchia, partito, famiglia appartenessero: qui potete andare all'intero articolo).
"Questo emendamento una legge già odiosa diventerà uno strumento di illegalità. I beneficiati dallo scudo non potranno essere perseguiti per reati tributari e di falso in bilancio, il mezzo con cui sono stati prodotti i capitali che lo Stato “liceizza”; e intermediarie professionisti che ne cureranno il rientro non saranno tenuti a rispettare l'obbligo di segnalazione per l'antiriciclaggio; insomma omertà, complicità, favoreggiamento."
Come partita iva che lavora principalmente su progetti finanziati non posso permettermi di dimenticare alcun che nella dichiarazione dei redditi, anzi molte voci, pur essendo inerenti alla mia professione, non mi vengono neanche riconosciute.
Si arriva a filosofeggiare se un libro sulle tradizioni contadine, acquistato per sviluppare contenuti su antiche arti e mestieri del Sannio, sia coerente o meno con il mio lavoro.
Non ho grandi guadagni e di detrazioni o vantaggi fiscali a me non arrivano, però se dovessi azzardarmi ad utilizzare un software non licenziato che neanche una multinazionale acquista in quanto è troppo caro, potrei trovarmi la finanza alla porta che sequestra pc e entroiti futuri.
Allora perché dovremmo pagare noi le tasse a quanti hano fatto con il loro agire cosciente, programmato e scientifico, che quelle quote, le loro loro quote di tasse e tributi in questi anni siano ricadute su persone oneste (o tendenti tali) come me?
No caro Presidente Giorgio Napolitano, se Ella è veramente presidente di tutti, non può avallare una simile indecenza politica e (se proprio la politica di qualunque colore debba restare fuori) amministrativa, chieda di perseguire quei depositi, non di ringraziarli per aver evaso (o anche solo eluso) il quantum debeatur!
Altrimenti ognuno di noi sarà incoraggiato a non rimettere ai propri debitori e, a dio piacendo, attendere un condono tombale per questa nazione.
PS: sul sito de Il Fatto Quotidiano è possibile sottoscrivere un appello in tal senso alla Presidenza della Repubblica. Da qui potete accedervi comodamente.
Non amo troppo l'intervento dello stato sul mercato, fatte salve e pubbliche una serie di servizi fondamentali (dalla scuola all'acqua, passando per l'ordine pubblico all'energia elettrica).
Eppure ancora una volta ecco che dalle mie nari mi fuoriesce uno sbuffo da toro inferocito. L'ennesima angheria e turlopinatura per chi fa di tutto per cercare di vedere della normalità in questo sciocco paese.
Materia del contendere, il neo Scudo Fiscale, ossia il nuovo cavillo o cavallo di troia per imbellettare un colpo di spugna verso arricchimenti illeciti di chi già molto aveva guadagnato.
Non ho competenza tecnica (anche io ho i miei limiti) per spiegare in dettaglio, così riporto uno stralcio tratto dal Fatto Quotidiano a firma del Procuratore Aggiunto di Torino Bruno Tinti (non uno qualsiasi, ma una persona retta che ha sempre lottato contro i malaffari italiani, senza guardare a quale parrocchia, partito, famiglia appartenessero: qui potete andare all'intero articolo).
"Questo emendamento una legge già odiosa diventerà uno strumento di illegalità. I beneficiati dallo scudo non potranno essere perseguiti per reati tributari e di falso in bilancio, il mezzo con cui sono stati prodotti i capitali che lo Stato “liceizza”; e intermediarie professionisti che ne cureranno il rientro non saranno tenuti a rispettare l'obbligo di segnalazione per l'antiriciclaggio; insomma omertà, complicità, favoreggiamento."
Come partita iva che lavora principalmente su progetti finanziati non posso permettermi di dimenticare alcun che nella dichiarazione dei redditi, anzi molte voci, pur essendo inerenti alla mia professione, non mi vengono neanche riconosciute.
Si arriva a filosofeggiare se un libro sulle tradizioni contadine, acquistato per sviluppare contenuti su antiche arti e mestieri del Sannio, sia coerente o meno con il mio lavoro.
Non ho grandi guadagni e di detrazioni o vantaggi fiscali a me non arrivano, però se dovessi azzardarmi ad utilizzare un software non licenziato che neanche una multinazionale acquista in quanto è troppo caro, potrei trovarmi la finanza alla porta che sequestra pc e entroiti futuri.
Allora perché dovremmo pagare noi le tasse a quanti hano fatto con il loro agire cosciente, programmato e scientifico, che quelle quote, le loro loro quote di tasse e tributi in questi anni siano ricadute su persone oneste (o tendenti tali) come me?
No caro Presidente Giorgio Napolitano, se Ella è veramente presidente di tutti, non può avallare una simile indecenza politica e (se proprio la politica di qualunque colore debba restare fuori) amministrativa, chieda di perseguire quei depositi, non di ringraziarli per aver evaso (o anche solo eluso) il quantum debeatur!
Altrimenti ognuno di noi sarà incoraggiato a non rimettere ai propri debitori e, a dio piacendo, attendere un condono tombale per questa nazione.
PS: sul sito de Il Fatto Quotidiano è possibile sottoscrivere un appello in tal senso alla Presidenza della Repubblica. Da qui potete accedervi comodamente.
mercoledì 23 settembre 2009
Differenze e paure
Reduce dalla triste (e posso dirlo? Un po' monotona) visione di Gomorra, come ogni giornoin cui posso conciliare lavoro e palestra mentale, mi sono sintonizzato su Rai Radio Tre, trasmissione Fahrenheit.Confronto, misura e intelligenza sono le caratteristiche di questa trasmissione, in assoluto tra le mie preferite.Argomento del giorno il rapporto con gli altri, titolo "Come ti percepisco lo straniero" .
Ma da qualche tempo a questa parte gli altri sono nemici per definizione, in un inconscio revival della filosfia di Karl Schmitt, in cui non esiste altro che il comune e unico sentire, altrimenti sei fuori, sei altro, sei IL nemico.
Non importa se sei della mia stessa nazione, non la pensi come me, sei contro e questo basta. Però. Però esiste qualche altro che è ancora più altro di altri ancora. E questo negli ultimi anni (dal 2001, oserei dire) è identificato con l'islamico, con il mussulmano, con il mediorientale.
E non basta dire che esistono differenze enormi tra queste categorie, via tutte nel calderone del Nemico più nemico non si può.
Nel brodo ambientale ecco allora un sms in cui (in un misto di pateticità, esagerazione, provocazione, contropiede, eccetera eccetera) un'ascoltatrice di sinistra ingenuamente afferma: "Io non voglio vivere in un paese islamico". Come se in Italia ci fossero 20 milioni di islamici e 40 milioni di immigrati su sessanta quanti siamo.
Come se in Italia fossimo liberi di pregiudizi sulle donne, sulle loro capacità e il loro posto nella società. Come se non ci fossero tradizioni tribali, squallide e feroci, anche senza la presenza di violenza diretta, attraverso ai giudizi perbenisti da borgo medievale.
Come se in Italia ci fosse uno stato laico, illuminato e ben governato.
Così vinco pigrizia e ritrosia e invio questo messaggio.
"Non mi sembra che ci sia differenza tra il controllo del territorio da parte dei pasthun e quello della famiglia dei casalesi e altri gruppi camorristici e mafiosi italiani a scelta. Che i malavitosi di casa nostra siano migliori solo perché devotamente si fanno il segno della croce?
Discorsi sul non volere vedere l'italia trasformarsi in un paese mussulmano indicano solo un razzismo latente verso gruppi che di volta in volta cambiano e appaiono perfetti per caricarli di qualsiasi nefendezza.
Prima erano i meridionali, poi gli albanesi, oggi si contendono il primato romeni e islamici. Tutto pur di non fare i conti con noi stessi e la nostra comunità e coscienza."
Contro le mie attese (non speranze) è letto, commentato quale malizioso e (forse) eccessivamente tranchant. Certo non è un pensiero ampio e articolato come l'argomento richiederebbe, non tiene conto neanche di tutte le sfumature tra la percezione astratta e la realtà quotidiana, eppure lo reputo un punto di partenza per una coscienza rinnovata di questo morboso Paese.
Da piccolo appresi che noi non perdoniamo ad altri i nostri difetti. Forse per questo si tende ad odiare tanto gli altri, perché per dirle con le parole di un poeta di nuovo in voga (indovinate chi),
"Noi siamo da secoli / Calpesti, derisi"
Un primato, una caratteristica che avevamo, non può essere tollerata che venga scippata così.
Poi dici che uno odia l'altro.
venerdì 18 settembre 2009
Morti bianche, Morti rosse, Morti verdi, Morti nere

Ma tecnicamente i militari non sono morti sul lavoro?
Sono morti rosse sangue o nere di vergogna? Morti verdi militari o morti bianche innocenti?
Lavorando spesso con le capitanerie di porto ho conosciuto diverse persone (non sono solo "militari") partiti per le missioni all'estero e mai erano guerrafondai o esaltati.
A prescindere da quanto si pensi, i fanatici, gli spericolati rambisti sono una estrema minoranza spesso rifiutata dai comandanti stessi perché quel che è peggio di un nemico invasato è un amico esaltato. Sono ragazzi o uomini con la testa sulle spalle, sempre con la mente alla famiglia che rinunciano a comodità per guadagnare qualcosa in più per qualche tempo.
Certo, i pericoli, i rischi, le restrizioni esistono. Mai una libera uscita perché saresti un bersaglio mobile appetitoso, mai un rapporto disteso con le popolazioni locali perché hai paura e la tua paura è lo specchio della loro. Sono persone che hanno scelto un lavoro, quasi l'unico che lo Stato nel sud sia capace di offrire. Prima di parlare con una punta di disprezzo di questi uomini occorre immedesimarsi, almeno cinque minuti nelle loro vite, respirare nei loro luoghi e vestire i loro panni.
Io non apprezzo le politiche neocolonialiste della Nato (e quindi anche la posizione italiana), non sono convinto dell'ingenua partecipazione in un luogo di guerra (mi risuonano sempre nelle orecchie le parole di un cinico Mussolini che dando la coltellata alle spalla a una Francia quasi battuta, le dichiara guerra per gettare una manciata di morti sul piatto delle bilancia delle trattative). Sono sempre irritato e intollerante per le nostre partecipazioni in zone di guerra più o meno dichiarate perché da fedele allla costutuzione italiana reputo l'articolo 11 un caposaldo della ragione e della consapevolezza.
Malgrado tutto ciò (pensate un po' !) queste sei morti mi commuovono.
Certo le morti bianche non sono trattate con la stessa enfasi, ma non può essere un problema di questi sei poveri militari.
Sembra sia difficile raccogliere l'ultima parola di quanti siano saltati in aria a causa di un'autobomba. Ma oltre a un urlo di dolore, sono convinto che la loro ultima parola sia stata rivolta a coloro che abbiano amato, non ai maledetti killer, ai datori di lavoro menefreghisti, ai giornalisti silenti o i troppo parlanti, ai politici di comodo e simili.
E in questo non credo sia differente rispetto a qualunque altro morente sul posto di lavoro.
Ognuno muore solo, scrisse Hans Fallada.
Ognuno muore e finisce un universo, quando si muore esiste sempre un senso di ingiustizia, una rabbia che sembra che solo alcuni gruppi, di volta in volta differenti paiono comprendere e capire, è un triste dato di fatto.
Oggi si piangano questi (sei) caduti nell'esercizio delle loro mansioni, è giusto.
PS. Non dimentico i civili afgani, morti in maniera ancora più inconcepibile e assurda. Ma siamo in Italia, nell'hic et nunc di una sottile e velenosa polemica quasi venata di soddisfazione per la morte di sei militari. Miserie da piccolo paese.
mercoledì 5 novembre 2008
Il nuovo mondo da oggi è un mondo nuovo
Al volo, prima di andare a dormire. Ormai le incertezze sono solo puramente statistiche.
Barack Obama è il nuovo presidente degli Stati Uniti d'America.
Il lavoro sporco lo lascierà al suo vice, Biden. Lui sarà l'uomo copertina di una nuova fase: l'economia, si sa, con l'avvento dei nuovi presidenti Usa riprende a volare, ma lui porterà un ottimismo e un'umanità maggiore, chissà magari riuscirà a far accettare a qualche benestante democratico del New Jersey o a qualche agricoltore del Nebraska qualche tavoletta di cioccolata Equa e Solidale.
Impressiona che abbia solo 47 anni , in Italia saresti alternativamente:
Barack Obama è il nuovo presidente degli Stati Uniti d'America.
Il lavoro sporco lo lascierà al suo vice, Biden. Lui sarà l'uomo copertina di una nuova fase: l'economia, si sa, con l'avvento dei nuovi presidenti Usa riprende a volare, ma lui porterà un ottimismo e un'umanità maggiore, chissà magari riuscirà a far accettare a qualche benestante democratico del New Jersey o a qualche agricoltore del Nebraska qualche tavoletta di cioccolata Equa e Solidale.
Impressiona che abbia solo 47 anni , in Italia saresti alternativamente:
- un giovane virgulto mezzo galoppino che studia per diventare ministro senza portafoglio a 60 anni (a meno di non essere donna, selezionata per il tuo talento, possibilmente fotogenico, adatta per pettegolezzi più o meno istituzionali);
- un vecchio precario ormai inutilizzabile per essere considerato forza lavoro attiva.
È una follia, un'illusione fallace, lo so. Ma spero che Obama porti un po' di Europa in America, quel pizzico di saggezza e riflessione che solo chi è giovane lo riconosce come un valore di progresso. E mi auguro pure che porti un po' di America in Europa, la parte migliore, quella che sa rialzarsi senza piangersi addosso, che sa raccontare storie e che non ha paura di votare un giovane o un vecchio, un bianco un nero o un ispanico perché ha sempre il coraggio di voltare pagina e ricominciare di nuovo a volare.
lunedì 3 novembre 2008
Piccoli Kossiga krescono
Non sono mai stato un estremista, né un complottista a tutti i costi.
Le verità fattuali mi hanno sempre convinto più delle ricostruzioni intrigate e complicate che vedevano disgni globali e incontrollabili, segrete ai più rivelate com verità di fede ad altri.
E ai fatti tutt'ora mi attengo.
Le verità fattuali mi hanno sempre convinto più delle ricostruzioni intrigate e complicate che vedevano disgni globali e incontrollabili, segrete ai più rivelate com verità di fede ad altri.
E ai fatti tutt'ora mi attengo.
Piazza Navona, manifestazione affollata, variopinta (in cromatismi e tendenze politiche). Giovani, giovanissimi, adulti e qualche anziano.

Slogan pieni di rabbia e incomprensione per le scellerate scelte del governo, ma la violenza non travalica il verbale. D'un tratto qualcosa di strano si muove tra la folla assiepata, un pulmino bianco. Un megafono e poi il panico, assalti ben organizzati, raid e cintate. Obiettivo, chiunque non fosse vestito di nero. Ritorno della calma, ma con il terrore negli occhi di molti, la polizia non interviene. Secondo assalto, le forze dell'ordine immobili. Arriva una parte del corte degli universitari, si forma un cordone sanitario dei collettivi di sinistra, terzo assalto. Interviene la polizia e carica. I neoarrivati.
Altri fatti. In un intervista ad un giornale non certo rosso, Cossiga candidamente ricordava come ha messo alle corde nel 1978 il movimento studentesco: lasciarlo crescere, inserire agitatori ben formati con l'obiettivo di creare tensione e quindi, in nome dell'ordine sociale, picchiare picchiare picchiare. Magari non troppo gli anziani professori, ma le giovani maestrini sì. E per prime.
Roberto Maroni e il sottosegretario Nitto Palma non sono sprovveduti come Scajola e non faranno scappare il morto, hanno fatto esperienza di quanto accaduto a Genova, ben sanno che sarebbe l'unico modo per perdere la partita. Ma sono anche sufficientemente sprovveduti da seguire alla lettera le parole del grande maestro. E commettere, talvolta ripetere alcuni errori.
Il camioncino bianco (e il racconto dei fatti ci riporta ad un altro furgone dello stesso colore, da cui uscirono mazze e black block) dentro la piazza è clamoroso, imbarazzante e impietosamente immortalato.
Probabilmente hanno saltato la lezione "Differenze di stili di vita e mezzi di telecomunicazione privata: dagli anni '70 a oggi". All'epoca del ministro K grasso che colava una foto in bianco e nero sgranata, le testimonianze potevano essere ridotte al silenzio o all'oblio. Adesso no, è un trionfo di immagini, riprese, sonori; se al fatidico G8 erano tante ma non sufficienti per ricostruire completamente la sequenza dei fatti, oggi non c'è scampo. Raccontano tutto, chi ha attaccato, chi è stato protetto, chi era si era organizzato da tempo per compiere il misfatto.
Non è un caso l'aggressione alla redazione di "Chi l'ha visto?" e le minacce alla Sciarelli ed il suo staff. Cercano di intimare il silenzio, in modo selvaggio e vigliacco: hanno paura e cominciano a sbagliare, fanno il lavoro sporco. Sono i primi segnali del declino.
Piccoli Kossiga krescono. Non ne sentivamo il bisogno.
Altri fatti. In un intervista ad un giornale non certo rosso, Cossiga candidamente ricordava come ha messo alle corde nel 1978 il movimento studentesco: lasciarlo crescere, inserire agitatori ben formati con l'obiettivo di creare tensione e quindi, in nome dell'ordine sociale, picchiare picchiare picchiare. Magari non troppo gli anziani professori, ma le giovani maestrini sì. E per prime.
Roberto Maroni e il sottosegretario Nitto Palma non sono sprovveduti come Scajola e non faranno scappare il morto, hanno fatto esperienza di quanto accaduto a Genova, ben sanno che sarebbe l'unico modo per perdere la partita. Ma sono anche sufficientemente sprovveduti da seguire alla lettera le parole del grande maestro. E commettere, talvolta ripetere alcuni errori.
Il camioncino bianco (e il racconto dei fatti ci riporta ad un altro furgone dello stesso colore, da cui uscirono mazze e black block) dentro la piazza è clamoroso, imbarazzante e impietosamente immortalato.
Probabilmente hanno saltato la lezione "Differenze di stili di vita e mezzi di telecomunicazione privata: dagli anni '70 a oggi". All'epoca del ministro K grasso che colava una foto in bianco e nero sgranata, le testimonianze potevano essere ridotte al silenzio o all'oblio. Adesso no, è un trionfo di immagini, riprese, sonori; se al fatidico G8 erano tante ma non sufficienti per ricostruire completamente la sequenza dei fatti, oggi non c'è scampo. Raccontano tutto, chi ha attaccato, chi è stato protetto, chi era si era organizzato da tempo per compiere il misfatto.
Non è un caso l'aggressione alla redazione di "Chi l'ha visto?" e le minacce alla Sciarelli ed il suo staff. Cercano di intimare il silenzio, in modo selvaggio e vigliacco: hanno paura e cominciano a sbagliare, fanno il lavoro sporco. Sono i primi segnali del declino.
Piccoli Kossiga krescono. Non ne sentivamo il bisogno.
mercoledì 24 settembre 2008
Luoghi nuovi e vecchi schemi
Esistono luoghi giusti per fare politica? Può sembrare una domanda inutile per diversi i motivi e anche contrapposti: il personale è politico e in ogni luogo mi trovi mi esprimo politicamente. 
Oppure la politica ha i suoi ambiti che non ci toccano se non quando siamo in cabina elettorale.
Personalmente credo che la politica sia un momento di confronto e qualunque punto, situazione o strumento lo consenta sia il luogo giusto dove fare politica.
Confronto, dibattito, partecipazione, parole polverose eppure proprio dalla polvere talvolta le fenici risorgono, con altre sembianze, con altre valenze, con diverse forme.
Eppure, proprio quando il social network segna un clamoroso successo anche in Italia (otto milioni e passa di persone utilizzano strumenti di incontro, scambio, socializzazione di ogni tipologie e scopo) cosa succede a uno strumento che, nato per velocizzare le comunicazioni in un gruppo di volenterosi, si è trasformato in un nuovo incredibile luogo di confronto, vivo e vitale se non più, almeno pari alle riunioni di sezione?
Censura, restrizione e gogna a chi vuole essere presente soprattutto attraverso il GoogleGrups di turno alla partecipazione politica.
Si possono capire gli effetti di spiazzamento dovuti a una dimensione diversa a cui si è stati forgiati ("la sezione è vita e la vita è in sezione" ma è la parola stessa che ne denuncia tutta la sua menomazione e limitazione) e completamente inaspettata e quindi difficilmente governabile.
Ma non riuscire a comprendere come non sia il luogo ma l'interesse comune a rendere possibile una battaglia è desolante.
È il motivo per cui alcune parti politiche non riescono a dialogare con il mondo e essere rappresentative solo di minoranze sparute, dure, arcigne non perché pure ma perché innamorate della loro essere "orgogliosamente" di minoranza.
Per sputare veleno e sentenze sull'universo mondo che non conoscono.
Tanto per non essere melodrammatici, mi piace ricordare in merito a luoghi o momenti giusti una barzelletta cattolica (che per un'articolo rivolto a un gruppo di sinistra è una piacevole cattiveria).
Un gesuita e un prete sono richiamati all'ordine da un vescovo per alcune dichiarazioni inopportune espresse in pubblico; legge del contrappasso, un mese di silenzio in monastero di clausura. Passano i giorni e il prete è silentemente smanioso, alla fine si decide va dall'abate e chiede: "Padre, il silenzio è regola che non mi pesa, ma posso fumarmi una sola sigaretta mentre prego?" Stupefatto il monaco risponde: "No, figliuolo. Quando si prega si prega". Il prete sconsolato esce, mette piede al chiostro e vede il gesuita intento a fumarsi un meraviglioso sigaro. Sorpreso più che furente, scientemente decide di rompere il silenzio, si avvicina al gesuita ed esclama: "Ma come, esco proprio adesso dal colloquio con l'abate e mi ha negato anche un solo tiro di fumo e tu sei qui a fumarti un sigaro". Senza scomporsi il gesuita risponde: "Tu cosa gli hai chiesto?" e il prete di rimando: "Se potevo fumare mentre pregavo".
"Ecco l'errore... Io gli ho posto un quesito teologico: padre ma si può pregare mentre si fuma? E lui mi ha risposto che ogni momento è buono per pregare".
Meditate gente, meditate.

Oppure la politica ha i suoi ambiti che non ci toccano se non quando siamo in cabina elettorale.
Personalmente credo che la politica sia un momento di confronto e qualunque punto, situazione o strumento lo consenta sia il luogo giusto dove fare politica.
Confronto, dibattito, partecipazione, parole polverose eppure proprio dalla polvere talvolta le fenici risorgono, con altre sembianze, con altre valenze, con diverse forme.
Eppure, proprio quando il social network segna un clamoroso successo anche in Italia (otto milioni e passa di persone utilizzano strumenti di incontro, scambio, socializzazione di ogni tipologie e scopo) cosa succede a uno strumento che, nato per velocizzare le comunicazioni in un gruppo di volenterosi, si è trasformato in un nuovo incredibile luogo di confronto, vivo e vitale se non più, almeno pari alle riunioni di sezione?
Censura, restrizione e gogna a chi vuole essere presente soprattutto attraverso il GoogleGrups di turno alla partecipazione politica.
Si possono capire gli effetti di spiazzamento dovuti a una dimensione diversa a cui si è stati forgiati ("la sezione è vita e la vita è in sezione" ma è la parola stessa che ne denuncia tutta la sua menomazione e limitazione) e completamente inaspettata e quindi difficilmente governabile.
Ma non riuscire a comprendere come non sia il luogo ma l'interesse comune a rendere possibile una battaglia è desolante.
È il motivo per cui alcune parti politiche non riescono a dialogare con il mondo e essere rappresentative solo di minoranze sparute, dure, arcigne non perché pure ma perché innamorate della loro essere "orgogliosamente" di minoranza.
Per sputare veleno e sentenze sull'universo mondo che non conoscono.
Tanto per non essere melodrammatici, mi piace ricordare in merito a luoghi o momenti giusti una barzelletta cattolica (che per un'articolo rivolto a un gruppo di sinistra è una piacevole cattiveria).
Un gesuita e un prete sono richiamati all'ordine da un vescovo per alcune dichiarazioni inopportune espresse in pubblico; legge del contrappasso, un mese di silenzio in monastero di clausura. Passano i giorni e il prete è silentemente smanioso, alla fine si decide va dall'abate e chiede: "Padre, il silenzio è regola che non mi pesa, ma posso fumarmi una sola sigaretta mentre prego?" Stupefatto il monaco risponde: "No, figliuolo. Quando si prega si prega". Il prete sconsolato esce, mette piede al chiostro e vede il gesuita intento a fumarsi un meraviglioso sigaro. Sorpreso più che furente, scientemente decide di rompere il silenzio, si avvicina al gesuita ed esclama: "Ma come, esco proprio adesso dal colloquio con l'abate e mi ha negato anche un solo tiro di fumo e tu sei qui a fumarti un sigaro". Senza scomporsi il gesuita risponde: "Tu cosa gli hai chiesto?" e il prete di rimando: "Se potevo fumare mentre pregavo".
"Ecco l'errore... Io gli ho posto un quesito teologico: padre ma si può pregare mentre si fuma? E lui mi ha risposto che ogni momento è buono per pregare".
Meditate gente, meditate.
venerdì 19 settembre 2008
Perfide sorelle, maledetti fratelli, osceni cugini e razzismi di ritorno
Mi è ricapitato sotto mano un libro entrato in casa chissà come e chissà quando (ma non prima del 2000) dal titolo affascinante “Perfide Sorelle”. Non si tratta tuttavia di un avvincente giallo, ma di un ponderoso saggio di Bram Dijkstra.

Non ne conosco altre opere, ignoro la sua prolifica (senza dubbio) produzione e se non fosse per il solito wikipedia (link di cui sopra) avrei faticato a trovare informazioni di inquadramento.
Quello che è interessante è come tra XIX e XX secolo, la borghesia (maschile) si scagliò contro chi le iniziava a sottrarre potere.
Travisando Darwin, con l’ausilio d’argomenti pseudoscientifici, iniziò con il mito della donna vampiro. Un essere abietto dal volto diafano e scavato, corrotto e corruttore.
Presto vennero altre “razze inferiori”: ebrei e omosessuali. Poi…
È una breve storia del razzismo strisciante nell’occidente. Un saggio affascinante che analizza uno degli aspetti della nascita del nazismo, ma non solo.
È una breve storia del razzismo strisciante nell’occidente. Un saggio affascinante che analizza uno degli aspetti della nascita del nazismo, ma non solo.
Ci metteva in guardia nel 1996: i piccoli razzismi possono trasformarsi sempre in tragedie.
Pochi lo hanno letto, ancor meno quelli che lo hanno ascoltato e oggi iniziano a vedersi le conseguenze.
Manca solo il ritorno dell'urlo bestiale che inneggi alla guerra sola igiene del mondo per dimostrare definitivamente non la veridicità delle ipotesi filosofiche di Giovan Battista Vico dei corsi e ricorsi storici, ma come l'uomo e la sua società siano disposte a non pensare piuttosto di rinunciare a distruggersi.
Post scriptum.
Ho appena scoperto che Vamp è anche Valorizzazione di materiali e prodotti di demolizione e, a ben pensare, è una chiosa perfetta a quanto appena detto, un segno provvidenziale di speranza. Per dirla col poeta cantore, "dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior". Ossia quando tutto è distrutto, come in un tragico puzzle qualche essere umano raccoglie, cura e ricrea quanto andato perso per mani folli ed assassine.
lunedì 15 settembre 2008
Tempi cupi, spazi angusti: la conferma
Si parla di coincidenze, causalità, sensazioni.
Passa qualche ora e cosa appare dal Censis?
Le nostre poco scientifiche sensazioni...
Leggere per capire, domandare per sapere.
Passa qualche ora e cosa appare dal Censis?
Le nostre poco scientifiche sensazioni...
Leggere per capire, domandare per sapere.
Tempi cupi, spazi angusti
Sono sempre le sensazioni a guidarci nei fili della quotidianità. Sono elementi invisibili, ma modificano le nostre geografie interiori.
Possono essere preconcetti, cerchiamo una oggettività che pur essendo tale la rifuggiamo solo perché non appare giusto giudicare qualcuno che abbia pensieri, atteggiamenti, approcci diversi dal nostro metro di giudizio, dal nostro modo di interpretare le regole di buon senso.
Ma poi avviene che gli atomi si trasformano in molecole, le sensazioni tornano ad essere visioni non velate, la realtà triste come facevamo di tutto per non vederla.
E tra i tanti problemi che esistono, vivere in una città che inizia a rinunciare ad essere vitale, ad avere la voglia e l'orgoglio di essere capitale e cosmopolita, europea con vocazione vitale, accresce la tristezza e fa affrontare con un maggior peso e dolenza le difficoltà della vita.
Così l'Urbe torna ad essere Rometta, pallida immagine degli ultimi anni.
Torna a cedere il passo a Milano, Venezia, Pesaro e persino Torino abdicando prima ancora di salire al trono e abbandonando un nuovo modo di vivere un Festival del Cinema (affidato a cariatidi degne di onore ma che sanno di riallocazioni postume alla stregua di Papa Formoso).
Rinuncia ad essere il faro delle Notti Bianche dopo averle importate in Italia, lasciandosi sopravanzare nelle organizzazioni da città e cittadine; laddove Civitanova Marche e Avellino hanno il Comune a supportare ogni iniziativa, qui si demanda alla buona volonta di cittadini e munifici municipi.
Le iniziative per l'estate ridotte, a tal punto che si traducevano solo in bancarelle una dietro l'altra, con oggetti sempre uguali e le iniziative sempre meno di spessore sperse in questi bazar colorati a cielo aperto ma vuoti e alla fine noiosi, mentre le terrazze delle quadrighe veniva chiusa alle ore più belle per un maleaccorto e autolesionista sistema di risparmio se non imposto, certo non dissuaso.
Poi un progetto per riportare all'antico splendore uno dei panorami mozzafiato bloccato probabilmente per il solo fatto di essere il fiore all'occhiello di una giunta precedente, proponendo in alternativa l'allargamento di una delle strutture più brutte, scomode e inutilizzate della città.
Il prossimo colpo sarà inchinarsi al partito delle automobili e non chiudere, abbattere o cambiare destinazione al più folle dei progetti di viabilità che sfregia la città e inquina, attacca e lede i polmoni di due quartieri, la sopraelevata del Prenestino Labicano San Lorenzo? Non essendo elettorato del sindaco, ahimé, è probabile.
Questo Tempo non mi pare che stia segnando un nuovo corso per la città di Roma, ma solo una brutta piega.
Possono essere preconcetti, cerchiamo una oggettività che pur essendo tale la rifuggiamo solo perché non appare giusto giudicare qualcuno che abbia pensieri, atteggiamenti, approcci diversi dal nostro metro di giudizio, dal nostro modo di interpretare le regole di buon senso.

Ma poi avviene che gli atomi si trasformano in molecole, le sensazioni tornano ad essere visioni non velate, la realtà triste come facevamo di tutto per non vederla.
E tra i tanti problemi che esistono, vivere in una città che inizia a rinunciare ad essere vitale, ad avere la voglia e l'orgoglio di essere capitale e cosmopolita, europea con vocazione vitale, accresce la tristezza e fa affrontare con un maggior peso e dolenza le difficoltà della vita.
Così l'Urbe torna ad essere Rometta, pallida immagine degli ultimi anni.
Torna a cedere il passo a Milano, Venezia, Pesaro e persino Torino abdicando prima ancora di salire al trono e abbandonando un nuovo modo di vivere un Festival del Cinema (affidato a cariatidi degne di onore ma che sanno di riallocazioni postume alla stregua di Papa Formoso).
Rinuncia ad essere il faro delle Notti Bianche dopo averle importate in Italia, lasciandosi sopravanzare nelle organizzazioni da città e cittadine; laddove Civitanova Marche e Avellino hanno il Comune a supportare ogni iniziativa, qui si demanda alla buona volonta di cittadini e munifici municipi.
Le iniziative per l'estate ridotte, a tal punto che si traducevano solo in bancarelle una dietro l'altra, con oggetti sempre uguali e le iniziative sempre meno di spessore sperse in questi bazar colorati a cielo aperto ma vuoti e alla fine noiosi, mentre le terrazze delle quadrighe veniva chiusa alle ore più belle per un maleaccorto e autolesionista sistema di risparmio se non imposto, certo non dissuaso.
Poi un progetto per riportare all'antico splendore uno dei panorami mozzafiato bloccato probabilmente per il solo fatto di essere il fiore all'occhiello di una giunta precedente, proponendo in alternativa l'allargamento di una delle strutture più brutte, scomode e inutilizzate della città.
Il prossimo colpo sarà inchinarsi al partito delle automobili e non chiudere, abbattere o cambiare destinazione al più folle dei progetti di viabilità che sfregia la città e inquina, attacca e lede i polmoni di due quartieri, la sopraelevata del Prenestino Labicano San Lorenzo? Non essendo elettorato del sindaco, ahimé, è probabile.
Questo Tempo non mi pare che stia segnando un nuovo corso per la città di Roma, ma solo una brutta piega.
lunedì 21 luglio 2008
Spazi temporali distorti

Venerdì 23 maggio, agognato ritorno a casa dopo una lunga settimana di lavoro fuori casa.
Sceso dal pullman che mi portava da Avellino a Napoli di fretta in furia, mi precipito alla biglietteria per cercare un posto sull'ultimo Eurostar a disposizione; impaziente attendo il mio turno in fila, conto i minuti (ne mancano ancora tanti), l'ansia è di trovare un posto.
Passo in rassegna le eventuali alternative, come "Tariffa Flexi, pago di più viaggio peggio ma viaggio" ma quando arriva il mio turno tutti i dubbi svaniscono, il posto è prenotato.
Tranquillo mi avvio al binario 3 di Porta Garibaldi.
Manca ancora del tempo, mi isolo con il mio ipod per concentrarmi su una delle venti-puntate-venti sulla vita di Gengis Kahn, la settima riascoltata per la terza volta perché mi sfuggono ancora le alleanze strette dai Borjigin. Quasi come una voce da un'oltretomba sgradevole e gracchiante mi arriva una voce "'eustr 9378 ...ardo ...ento..nti minuti"
Mi riscuoto, penso di aver compreso male, attendo il rilancio dell'annuncio, controllo sul sito viaggiatreno e tutto è confermato.
La rabbia mi assale non tanto per il ritardo (sono salito poi su un diretto che lemme lemme mi ha condotto a Roma Ostiense), quanto l'incapacità della biglietteria a leggere un dato che sicuramente avranno avuto sotto mano: se un comune cittadino inserisce un numero di treno e ormai gli sono riportati vita morte e miracoli, un addetto al sistema qualche dato in più lo avrà pure.
Ma facciamo che sia passata.
Invio la richiesta di rimborso (come indicato dal capotreno) e dopo un mese mi arriva una lettera in cui mi si riporta che il treno ha avuto sì 152,5 minuti di ritardo a destinazione, ma non sono attribuibili a Trenitalia e in particolare "157 minuti sono da attribuire ad eventi accidentali". In buona sostanza il treno è arrivato in anticipo di 4,5 minuti.
Lo spazio, i suoi ripiegamenti, le sòle del tempo: in qualche dimensione c'è chi si starà lamentando di essere arrivato quel giorno troppo presto. Noi no.
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