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martedì 15 ottobre 2013

Memoria bruciata

Sia ben chiaro, sono colpevole anche io.
Lago di Tovel - Il più classico degli scorci alpini - the Classic alpine view
Lago di Tovel e Massccio del Brenta
A meno di un anno dall'anniversario dell'inutile strage (copyright Benedetto XV) non trovo nessuno intorno a me che si ricordi le vicende della Grande Guerra. Neanche chi per passione vacanziera e piacevolezza mondana abbia passato le vacanze estive in TrentinoAltoAdige senza neanche un trattino distintivo.
Al massimo capita di sentire qualcuno che ha "scoperto" un sentiero di trincee, un forte, un camminamento, non si sa bene di quale battaglia o fronte. Scoperto... Come se fossero passati mille e passa anni. Eppure a scuola insegnavano che la guerra fu fatta sulle frontiere, che per la prima volta furono coinvolte le popolazioni civili, che i soldati (importa poco di quale parte) combatterono letteralmente sulle montagne. Niente. Rimozione totale, schizofrenia allo stato puro... Allora ecco che si formano scenette terribili e involonariamente comiche, dialoghi al limite tra assurdo e ignoranza.
Ecco un ipotetico (?) di dialogo: "Sei stato sul parco dell'Adamello Brenta, ma allora hai visto le trincee?" Possono seguire più risposte, talvolta sono collegate in unica risposta
"Mmh... Non ci ho fatto caso"
"Ma noo, mica potevano combattere lì"
"A me la storia annoia"
"Ah sì? È che guerra?"
"Ma chi glielo ha fatto fare!"
Non sia mai chiedere poi degli anni, l'arco temporale della guerra (e non che della seconda se ne mantenga un ricordo migliore con i pasticci e volute confusioni italico-badogliane).
Posto che per tutti termini nel 1918, l'inizio lascia basiti ("1914? Ma no ti sbagli è 15-18!"). Potrei andare avanti, ma non mi va.

Anzi, un'ultima cosa la voglio dire: Paolo Rumiz, L’albero tra le trincee. Costa solo € 7,90, lo trovate anche in edicola e se volete non serve neanche leggerlo, tanto il Dvd parla da solo. 

martedì 29 settembre 2009

Postilla

Spesso si è accusati di parlare bene, ma nulla cambia. Mai.
Scusate, ma non sono d'accordo,è possibile fare qualcosa: la gente crede alla televisione e alle proprie convinzioni difficilmente rinuncia.
Però siamo in Italia e quando qualcosa tocca da vicino diventa la cosa più importante del mondo: allora ci si avvicina a quanti conosciamo che non hanno la sensibilità di leggere un blog o un approfondimento e ci si mette buoni buoni a spiegare non i massimi sistemi, ma i conti, le cose concrete.
Da quanto non ti aumentano lo stipendio? Quanto ti danno ti pensione? Non hai trovato posto all'ospedale per la radiografia? La strada che fai è piena di buche? I tombini rendono le vie fogne?
Allora guarda cosa sarebbe potuto succedere se chi ha eluso, distratto, evaso le tasse le avessero pagate. Guarda chi sono, a chi sono legati. Guarda chi votano, chi difendono.
Dati concreti e inerenze alle realtà non scuoteranno le coscienze, ma gli animi sì.
E perdonatemi ancora, per me questo è fare politica.

A volte ritornano: incubi e ingiustizie

Non sono forcaiolo, spesso mi dicono che sia fin troppo moderato, Il presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitanoperché da prima dei tempi del famoso scontro in segreteria dell'allora Pds tra Baffino D'Alema e Speramo Veltroni appoggiavo e credevo (e permettetemi nello sguaiato ottimismo di crederlo ancora) nella visione nuova di una realtà socialdemocratica proposta da quest'ultimo.
Non amo troppo l'intervento dello stato sul mercato, fatte salve e pubbliche una serie di servizi fondamentali (dalla scuola all'acqua, passando per l'ordine pubblico all'energia elettrica).
Eppure ancora una volta ecco che dalle mie nari mi fuoriesce uno sbuffo da toro inferocito. L'ennesima angheria e turlopinatura per chi fa di tutto per cercare di vedere della normalità in questo sciocco paese.
Materia del contendere, il neo Scudo Fiscale, ossia il nuovo cavillo o cavallo di troia per imbellettare un colpo di spugna verso arricchimenti illeciti di chi già molto aveva guadagnato.
Non ho competenza tecnica (anche io ho i miei limiti) per spiegare in dettaglio, così riporto uno stralcio tratto dal Fatto Quotidiano a firma del Procuratore Aggiunto di Torino Bruno Tinti (non uno qualsiasi, ma una persona retta che ha sempre lottato contro i malaffari italiani, senza guardare a quale parrocchia, partito, famiglia appartenessero: qui potete andare all'intero articolo).

"Questo emendamento una legge già odiosa diventerà uno strumento di illegalità. I beneficiati dallo scudo non potranno essere perseguiti per reati tributari e di falso in bilancio, il mezzo con cui sono stati prodotti i capitali che lo Stato “liceizza”; e intermediarie professionisti che ne cureranno il rientro non saranno tenuti a rispettare l'obbligo di segnalazione per l'antiriciclaggio; insomma omertà, complicità, favoreggiamento."

Come partita iva che lavora principalmente su progetti finanziati non posso permettermi di dimenticare alcun che nella dichiarazione dei redditi, anzi molte voci, pur essendo inerenti alla mia professione, non mi vengono neanche riconosciute.
Si arriva a filosofeggiare se un libro sulle tradizioni contadine, acquistato per sviluppare contenuti su antiche arti e mestieri del Sannio, sia coerente o meno con il mio lavoro.
Non ho grandi guadagni e di detrazioni o vantaggi fiscali a me non arrivano, però se dovessi azzardarmi ad utilizzare un software non licenziato che neanche una multinazionale acquista in quanto è troppo caro, potrei trovarmi la finanza alla porta che sequestra pc e entroiti futuri.
Allora perché dovremmo pagare noi le tasse a quanti hano fatto con il loro agire cosciente, programmato e scientifico, che quelle quote, le loro loro quote di tasse e tributi in questi anni siano ricadute su persone oneste (o tendenti tali) come me?
No caro Presidente Giorgio Napolitano, se Ella è veramente presidente di tutti, non può avallare una simile indecenza politica e (se proprio la politica di qualunque colore debba restare fuori) amministrativa, chieda di perseguire quei depositi, non di ringraziarli per aver evaso (o anche solo eluso) il quantum debeatur!
Altrimenti ognuno di noi sarà incoraggiato a non rimettere ai propri debitori e, a dio piacendo, attendere un condono tombale per questa nazione.

PS: sul sito de Il Fatto Quotidiano è possibile sottoscrivere un appello in tal senso alla Presidenza della Repubblica. Da qui potete accedervi comodamente.

mercoledì 23 settembre 2009

Differenze e paure

Se noi siamo al centro del mondo, perché gli altri sono periferia?Reduce dalla triste (e posso dirlo? Un po' monotona) visione di Gomorra, come ogni giornoin cui posso conciliare lavoro e palestra mentale, mi sono sintonizzato su Rai Radio Tre, trasmissione Fahrenheit.Confronto, misura e intelligenza sono le caratteristiche di questa trasmissione, in assoluto tra le mie preferite.
Argomento del giorno il rapporto con gli altri, titolo "Come ti percepisco lo straniero" .
Ma da qualche tempo a questa parte gli altri sono nemici per definizione, in un inconscio revival della filosfia di Karl Schmitt, in cui non esiste altro che il comune e unico sentire, altrimenti sei fuori, sei altro, sei IL nemico.
Non importa se sei della mia stessa nazione, non la pensi come me, sei contro e questo basta. Però. Però esiste qualche altro che è ancora più altro di altri ancora. E questo negli ultimi anni (dal 2001, oserei dire) è identificato con l'islamico, con il mussulmano, con il mediorientale.
E non basta dire che esistono differenze enormi tra queste categorie, via tutte nel calderone del Nemico più nemico non si può.
Nel brodo ambientale ecco allora un sms in cui (in un misto di pateticità, esagerazione, provocazione, contropiede, eccetera eccetera) un'ascoltatrice di sinistra ingenuamente afferma: "Io non voglio vivere in un paese islamico". Come se in Italia ci fossero 20 milioni di islamici e 40 milioni di immigrati su sessanta quanti siamo.
Come se in Italia fossimo liberi di pregiudizi sulle donne, sulle loro capacità e il loro posto nella società. Come se non ci fossero tradizioni tribali, squallide e feroci, anche senza la presenza di violenza diretta, attraverso ai giudizi perbenisti da borgo medievale.
Come se in Italia ci fosse uno stato laico, illuminato e ben governato.
Così vinco pigrizia e ritrosia e invio questo messaggio.

"Non mi sembra che ci sia differenza tra il controllo del territorio da parte dei pasthun e quello della famiglia dei casalesi e altri gruppi camorristici e mafiosi italiani a scelta. Che i malavitosi di casa nostra siano migliori solo perché devotamente si fanno il segno della croce?
Discorsi sul non volere vedere l'italia trasformarsi in un paese mussulmano indicano solo un razzismo latente verso gruppi che di volta in volta cambiano e appaiono perfetti per caricarli di qualsiasi nefendezza.
Prima erano i meridionali, poi gli albanesi, oggi si contendono il primato romeni e islamici. Tutto pur di non fare i conti con noi stessi e la nostra comunità e coscienza."

Contro le mie attese (non speranze) è letto, commentato quale malizioso e (forse) eccessivamente tranchant. Certo non è un pensiero ampio e articolato come l'argomento richiederebbe, non tiene conto neanche di tutte le sfumature tra la percezione astratta e la realtà quotidiana, eppure lo reputo un punto di partenza per una coscienza rinnovata di questo morboso Paese.

Da piccolo appresi che noi non perdoniamo ad altri i nostri difetti. Forse per questo si tende ad odiare tanto gli altri, perché per dirle con le parole di un poeta di nuovo in voga (indovinate chi),
"Noi siamo da secoli / Calpesti, derisi"
Un primato, una caratteristica che avevamo, non può essere tollerata che venga scippata così.
Poi dici che uno odia l'altro.

venerdì 18 settembre 2009

Morti bianche, Morti rosse, Morti verdi, Morti nere

due nazioni unite nel dolore di inutili stragi
Ma tecnicamente i militari non sono morti sul lavoro?
Sono morti rosse sangue o nere di vergogna? Morti verdi militari o morti bianche innocenti?
Lavorando spesso con le capitanerie di porto ho conosciuto diverse persone (non sono solo "militari") partiti per le missioni all'estero e mai erano guerrafondai o esaltati.
A prescindere da quanto si pensi, i fanatici, gli spericolati rambisti sono una estrema minoranza spesso rifiutata dai comandanti stessi perché quel che è peggio di un nemico invasato è un amico esaltato. Sono ragazzi o uomini con la testa sulle spalle, sempre con la mente alla famiglia che rinunciano a comodità per guadagnare qualcosa in più per qualche tempo.
Certo, i pericoli, i rischi, le restrizioni esistono. Mai una libera uscita perché saresti un bersaglio mobile appetitoso, mai un rapporto disteso con le popolazioni locali perché hai paura e la tua paura è lo specchio della loro. Sono persone che hanno scelto un lavoro, quasi l'unico che lo Stato nel sud sia capace di offrire. Prima di parlare con una punta di disprezzo di questi uomini occorre immedesimarsi, almeno cinque minuti nelle loro vite, respirare nei loro luoghi e vestire i loro panni.
Io non apprezzo le politiche neocolonialiste della Nato (e quindi anche la posizione italiana), non sono convinto dell'ingenua partecipazione in un luogo di guerra (mi risuonano sempre nelle orecchie le parole di un cinico Mussolini che dando la coltellata alle spalla a una Francia quasi battuta, le dichiara guerra per gettare una manciata di morti sul piatto delle bilancia delle trattative). Sono sempre irritato e intollerante per le nostre partecipazioni in zone di guerra più o meno dichiarate perché da fedele allla costutuzione italiana reputo l'articolo 11 un caposaldo della ragione e della consapevolezza.
Malgrado tutto ciò (pensate un po' !) queste sei morti mi commuovono.
Certo le morti bianche non sono trattate con la stessa enfasi, ma non può essere un problema di questi sei poveri militari.
Sembra sia difficile raccogliere l'ultima parola di quanti siano saltati in aria a causa di un'autobomba. Ma oltre a un urlo di dolore, sono convinto che la loro ultima parola sia stata rivolta a coloro che abbiano amato, non ai maledetti killer, ai datori di lavoro menefreghisti, ai giornalisti silenti o i troppo parlanti, ai politici di comodo e simili.
E in questo non credo sia differente rispetto a qualunque altro morente sul posto di lavoro.
Ognuno muore solo, scrisse Hans Fallada.
Ognuno muore e finisce un universo, quando si muore esiste sempre un senso di ingiustizia, una rabbia che sembra che solo alcuni gruppi, di volta in volta differenti paiono comprendere e capire, è un triste dato di fatto.
Oggi si piangano questi (sei) caduti nell'esercizio delle loro mansioni, è giusto.

PS. Non dimentico i civili afgani, morti in maniera ancora più inconcepibile e assurda. Ma siamo in Italia, nell'hic et nunc di una sottile e velenosa polemica quasi venata di soddisfazione per la morte di sei militari. Miserie da piccolo paese.

mercoledì 16 settembre 2009

Berlusconi alla prova dell'Auditel

Berlusconi editore (e forse anche Berlusconi sportivo) batte Berlusconi politico...
Berlusconi questa volta si è (ab)battuto da soloE comunque aveva ragione di non far trasmettere Ballarò, ma quei menagrami della Rai hanno tirato un brutto colpo, trasmettendo quel compagno mascherato da personaggio di destra di Coliandro (deve averlo sollecitato Fini per fargli dispetto) su RaiDue, in contemporanea quei comunisti di RaiTre hanno inviato cupi messaggi programmando "La caduta" (e qui la seccia è palese ed evidente), gli sprovveduti di Italia 1 hanno proposto "Dirty Dancing" e le appassionate lettrici e gli attenti esegeti di "Chi", "Gente", "Novella2000" e quanti altri si saranno sintonizzati lì nella recondita speranza di scorgere gli spezzoni segreti delle simpatiche cenette di Palazzo Grazioli e le vacanze festaiole di Villa Certosa.
Una curiosa gaffe ha colpito anche l'umilissima e devota Rete4 che riproposto il Vanzinafilm "Selvaggi" e questo ha catturato la massima attenzione di tanti intellettuali di destra, di sinistra e di centro sinistra in ricerca identitaria: il gioello del 1995 appare profetico nella popolazione, lucido nell'analisi delle risse da condominio Italia, quasi una prefigurazione della composizione politica italiana ai tempi del secondo millennio: isolata, pasticciona, inconcludente e rissaiola, ma sempre dedita alla contemplazione del lusso e dell'elemento femminile. Quindi cercando di aiutare il premier ha invece fornito la versione intellettuale ed alta della programmazione dell'altra rete Mediaset.
E poi c'è la vendetta degli errori marchiani, la scelta che mai sarebbe dovuta essere effettuata, a partire dal titolo. L'ammiraglia di famiglia che per effettuare un dietrofront per non disturbare il capo, ingrana la retromarcia e sfonda il portone di Porta a Porta. Trasmettere la fiction "L'onore e il rispetto". Ma con tutto quello che è accaduto a Berlusconi non sembra che sia una grande metafora su quello che egli reclami a gran voce? E tanti, troppi avranno deciso di leggere in quel mondo duro di concorrenza e tensioni la vera essenza dell'intervento del premier su RaiUno.
Così hanno deciso di vedere la fiction in quanto il suo popolo ormai è più abituato a una semplificazione romanzata piuttosto che a lunghe disquisizioni e dibattiti senza azione, senza storie appassionanti, senza lacrime e sollievi che invece un bel pacchetto preconfezionato può regalarti.
Così l'onore che merita L'Aquila e il rispetto che meritano le popolazioni che hanno subito la tragedia del terremoto è passato altrove, ma in buona fede. La potenza degli slogan il Silvio nazionale la conosce bene, l'ha ricreata e rilanciata nel corso degli anni, l'ha imposta nelle sue aziende che adesso hanno la tecnica di utilizzare questa potente arma, ma che da improvvidi o incoscenti talvolta la usano a sprosito.
Così a Porta a Porta si sono sintonizzati pochi spettatori, composti per lo più da diretti interessati all'agone politico e all'agonia della situazione abruzzese: di nascosto i politici del pd, nicchiando quelli dell'udc, tutta l'idv l'ha seguito in diretta dall'ingresso di viale Teulada, gli afecionados del Pdl non sostenitori del
Milan o della Juventus che hanno dato la mazzata finale al flop di Vespa, dirottando la loro visione sulla detestabile Sky dell'odiato Murdoch erodendo definitivamente il monte spettatori. Ma la cosa più tragicomica è che Berlusconi voleva essere con loro.
Poi dici che uno ce l'ha a morte con la concorrenza.

venerdì 7 novembre 2008

La repubblica degli imbecilli

Leggo da una notizia di agenzia che in 3 giorni Obama ha contattato personalmente nove leader mondiali. Per entrare nei particolari per ringraziare delle felicitazioni dell'avvenuta elezione sono stati chiamati il cancelliere tedesco Angela Merkel, il presidente francese Nicolas Sarkozy e il premier britannico Gordon Brown, il primo ministro australiano Kevin Rudd, il canadese Stephen Harper, l'israeliano Ehud Olmert, il giapponese Taro Aso, il presidente della Corea del Sud Lee Myung-bak e quello del Messico Felipe Calderon.

Come si evince manca all'appello il presidente russo Dmitri Medvedev.

Mi piace pensare che non sia stato chiamato per evitare l'imbarazzo di parlare anche con il presidente del consiglio Silvo Berlusconi,grazie al quale la nazione è stata prontamente ribattezzata, vista l'indignazione e l'imbarazzo creato a 56 milioni di persone.Niente paura, monete e carta intestata restano la stessa, l'acronimo è sempre R.I. ma non signifiva più Repubblica Italiana, bensì Repubblica degli Imbecilli. Non solo! Con una mossa ad effetto il nostro Presidente del Consiglio è riuscito anche a risolvere l'annoso problema della scarsa produttività delle Università italiane, laurendoci tutti ipso facto in coglioneria.

Chi osa pensare che quest'uomo non sia un genio, è intelligente, ergo molto poco nazionalista e italiano.

mercoledì 5 novembre 2008

Il nuovo mondo da oggi è un mondo nuovo

Al volo, prima di andare a dormire. Ormai le incertezze sono solo puramente statistiche.
Barack Obama è il nuovo presidente degli Stati Uniti d'America.
Il lavoro sporco lo lascierà al suo vice, Biden. Lui sarà l'uomo copertina di una nuova fase: l'economia, si sa, con l'avvento dei nuovi presidenti Usa riprende a volare, ma lui porterà un ottimismo e un'umanità maggiore, chissà magari riuscirà a far accettare a qualche benestante democratico del New Jersey o a qualche agricoltore del Nebraska qualche tavoletta di cioccolata Equa e Solidale.
Impressiona che abbia solo 47 anni , in Italia saresti alternativamente:
  1. un giovane virgulto mezzo galoppino che studia per diventare ministro senza portafoglio a 60 anni (a meno di non essere donna, selezionata per il tuo talento, possibilmente fotogenico, adatta per pettegolezzi più o meno istituzionali);
  2. un vecchio precario ormai inutilizzabile per essere considerato forza lavoro attiva.

    È una follia, un'illusione fallace, lo so. Ma spero che Obama porti un po' di Europa in America, quel pizzico di saggezza e riflessione che solo chi è giovane lo riconosce come un valore di progresso. E mi auguro pure che porti un po' di America in Europa, la parte migliore, quella che sa rialzarsi senza piangersi addosso, che sa raccontare storie e che non ha paura di votare un giovane o un vecchio, un bianco un nero o un ispanico perché ha sempre il coraggio di voltare pagina e ricominciare di nuovo a volare.
Controcorrente alternata saluta felice Barack Obama nuovo presidente degli Stati Uniti d'America

lunedì 3 novembre 2008

Piccoli Kossiga krescono

Non sono mai stato un estremista, né un complottista a tutti i costi.
Le verità fattuali mi hanno sempre convinto più delle ricostruzioni intrigate e complicate che vedevano disgni globali e incontrollabili, segrete ai più rivelate com verità di fede ad altri.
E ai fatti tutt'ora mi attengo.

Piazza Navona, manifestazione affollata, variopinta (in cromatismi e tendenze politiche). Giovani, giovanissimi, adulti e qualche anziano.
Da questo pulmino bianco sono partiti gli assalti a Piazza Navona: i segni e l'abbigliamento indicano come la componente sia di estrazione destrorsa. Fonte: La Repubblica
Slogan pieni di rabbia e incomprensione per le scellerate scelte del governo, ma la violenza non travalica il verbale. D'un tratto qualcosa di strano si muove tra la folla assiepata, un pulmino bianco. Un megafono e poi il panico, assalti ben organizzati, raid e cintate. Obiettivo, chiunque non fosse vestito di nero. Ritorno della calma, ma con il terrore negli occhi di molti, la polizia non interviene. Secondo assalto, le forze dell'ordine immobili. Arriva una parte del corte degli universitari, si forma un cordone sanitario dei collettivi di sinistra, terzo assalto. Interviene la polizia e carica. I neoarrivati.

Altri fatti. In un intervista ad un giornale non certo rosso, Cossiga candidamente ricordava come ha messo alle corde nel 1978 il movimento studentesco: lasciarlo crescere, inserire agitatori ben formati con l'obiettivo di creare tensione e quindi, in nome dell'ordine sociale, picchiare picchiare picchiare. Magari non troppo gli anziani professori, ma le giovani maestrini sì. E per prime.

Roberto Maroni e il sottosegretario Nitto Palma non sono sprovveduti come Scajola e non faranno scappare il morto, hanno fatto esperienza di quanto accaduto a Genova, ben sanno che sarebbe l'unico modo per perdere la partita. Ma sono anche sufficientemente sprovveduti da seguire alla lettera le parole del grande maestro. E commettere, talvolta ripetere alcuni errori.
Il camioncino bianco (e il racconto dei fatti ci riporta ad un altro furgone dello stesso colore, da cui uscirono mazze e black block) dentro la piazza è clamoroso, imbarazzante e impietosamente immortalato.
Probabilmente hanno saltato la lezione "Differenze di stili di vita e mezzi di telecomunicazione privata: dagli anni '70 a oggi". All'epoca del ministro K grasso che colava una foto in bianco e nero sgranata, le testimonianze potevano essere ridotte al silenzio o all'oblio. Adesso no, è un trionfo di immagini, riprese, sonori; se al fatidico G8 erano tante ma non sufficienti per ricostruire completamente la sequenza dei fatti, oggi non c'è scampo. Raccontano tutto, chi ha attaccato, chi è stato protetto, chi era si era organizzato da tempo per compiere il misfatto.

Non è un caso l'aggressione alla redazione di "Chi l'ha visto?" e le minacce alla Sciarelli ed il suo staff. Cercano di intimare il silenzio, in modo selvaggio e vigliacco: hanno paura e cominciano a sbagliare, fanno il lavoro sporco. Sono i primi segnali del declino.

Piccoli Kossiga krescono. Non ne sentivamo il bisogno.

giovedì 23 ottobre 2008

Le strade della politica

Non sono sicuro di molte cose in questo periodo. Non sono sicuro di credere alla mia fazione politica, non sono sicuro delle mie intuizioni finanziare, non sono sicuro che la Roma vedrà la fine del tunnel prima del prossimo anno.

Appia - Regina Viarum
Non sono sicuro poi delle intelligenze collettive, ma non sono sicuro neanche che la gente sia tutta folle, non sono sicuro di attraversare la stazione Termini senza sentire un brivido di malavita che mi scorra addosso, non sono sicuro che le mie mancate disavventure siano solo un percentile statistico dalla parte fortunata della curva proposta dall'attuale governo.

Di alcune cose però inzio ad essere certo, sono poche e spesso messe a dura prova dalle presunte evidenze e i celebri stati di fatto. Una di esse è che la politica è anche una via maestra, ma non nel senso di percorso che conduce alla realizzazione di  grandi ideali (mai creduto, sorry!). In un altro più banale senso, quello civico e concreto, di una strada in cui esistono (eufemismo...) dei marciapiedi stretti, in cui la sede stradale è stretta e a dorso di mulo, con il traffico a doppio senso, a cui lati ci sono portincini di case private e ingressi di scuole materne ed elementari.
Una strada sempre trafficata dove, come spesso accade, i limiti di velocità sono pannelli dal discutibile design e le cifre riportate un vetusto retaggio di valori posti a caso; sicuramente  fuori moda,  giuste solo per ricordare che Marinetti e il futurismo alla fine l'hanno avuta vinta.

Oppure di un'altra strada, parallela ad essa, chiusa al traffico, più ampia, costeggiata solo da lussuosi condomini e villini con posti macchina o garage interni, silenziosa, dotata di dossi antivelocità tali da non permettere ad alcuno di procedere più veloce del passo incerto di un decrepito parroco di paese che inizi la sua processione in strade erte e accidentate. 

Una accanto all'altra. L'una che chiede aiuto all'altra. L'una contro l'altra. Non si entra in merito di ideologie politiche, da una parte e daltrl'altra ci sono frammischiati ricchi e indigenti, nativi e immigrati, truffatori e truffati, attivisti di centro e riflessivi di sinistra, anarchici pragmatisti e liberisti utopici, melanconici pentapartitici e nostalgici azionisti.

Coacervi, quasi ircocervi, il bertinottiano con il fez al braccio, il fascio con falce e martello in mano, tutti contro tutti per definire quello che la politica è e che non dovrebbe essere.
Una strada dove le persone non debbano rischiare per compiere gesti quotidiani e normali, in cui tutti gli abitanti di un quartiere si sacrificano un poco per il bene di tutti e non solo sacrificare tutti per il bene di pochi (bancari o avventati imprenditori al finto soccorso di una compagnia aerea).

La politica si fa per strada, anche marciando uniti, perché i bambini di Via San Tarcisio sono patrimonio anche delle ovattate sale di Via al Quarto Miglio.
 

mercoledì 24 settembre 2008

Luoghi nuovi e vecchi schemi

Esistono luoghi giusti per fare politica? Può sembrare una domanda inutile per diversi i motivi e anche contrapposti: il personale è politico e in ogni luogo mi trovi mi esprimo politicamente.
Oppure la politica ha i suoi ambiti che non ci toccano se non quando siamo in cabina elettorale.
Personalmente credo che la politica sia un momento di confronto e qualunque punto, situazione o strumento lo consenta sia il luogo giusto dove fare politica.

Confronto, dibattito, partecipazione, parole polverose eppure proprio dalla polvere talvolta le fenici risorgono, con altre sembianze, con altre valenze, con diverse forme.
Eppure, proprio quando il social network segna un clamoroso successo anche in Italia (otto milioni e passa di persone utilizzano strumenti di incontro, scambio, socializzazione di ogni tipologie e scopo) cosa succede a uno strumento che, nato per velocizzare le comunicazioni in un gruppo di volenterosi, si è trasformato in un nuovo incredibile luogo di confronto, vivo e vitale se non più, almeno pari alle riunioni di sezione?

Censura, restrizione e gogna a chi vuole essere presente soprattutto attraverso il GoogleGrups di turno alla partecipazione politica.
Si possono capire gli effetti di spiazzamento dovuti a una dimensione diversa a cui si è stati forgiati ("la sezione è vita e la vita è in sezione" ma è la parola stessa che ne denuncia tutta la sua menomazione e limitazione) e completamente inaspettata e quindi difficilmente governabile.
Ma non riuscire a comprendere come non sia il luogo ma l'interesse comune a rendere possibile una battaglia è desolante.
È il motivo per cui alcune parti politiche non riescono a dialogare con il mondo e essere rappresentative solo di minoranze sparute, dure, arcigne non perché pure ma perché innamorate della loro essere "orgogliosamente" di minoranza.
Per sputare veleno e sentenze sull'universo mondo che non conoscono.

Tanto per non essere melodrammatici, mi piace ricordare in merito a luoghi o momenti giusti una barzelletta cattolica (che per un'articolo rivolto a un gruppo di sinistra è una piacevole cattiveria).
Un gesuita e un prete sono richiamati all'ordine da un vescovo per alcune dichiarazioni inopportune espresse in pubblico; legge del contrappasso, un mese di silenzio in monastero di clausura. Passano i giorni e il prete è silentemente smanioso, alla fine si decide va dall'abate e chiede: "Padre, il silenzio è regola che non mi pesa, ma posso fumarmi una sola sigaretta mentre prego?" Stupefatto il monaco risponde: "No, figliuolo. Quando si prega si prega". Il prete sconsolato esce, mette piede al chiostro e vede il gesuita intento a fumarsi un meraviglioso sigaro. Sorpreso più che furente, scientemente decide di rompere il silenzio, si avvicina al gesuita ed esclama: "Ma come, esco proprio adesso dal colloquio con l'abate e mi ha negato anche un solo tiro di fumo e tu sei qui a fumarti un sigaro". Senza scomporsi il gesuita risponde: "Tu cosa gli hai chiesto?" e il prete di rimando: "Se potevo fumare mentre pregavo".
"Ecco l'errore... Io gli ho posto un quesito teologico: padre ma si può pregare mentre si fuma? E lui mi ha risposto che ogni momento è buono per pregare".


Meditate gente, meditate.

venerdì 19 settembre 2008

Perfide sorelle, maledetti fratelli, osceni cugini e razzismi di ritorno


Mi è ricapitato sotto mano un libro entrato in casa chissà come e chissà quando (ma non prima del 2000) dal titolo affascinante “Perfide Sorelle”. Non si tratta tuttavia di un avvincente giallo, ma di un ponderoso saggio di Bram DijkstraCopertina del libro 'Perfide Sorelle' nell'edizione Garzanti, attualmente fuori commercio. Non nesono sorpreso.
Non ne conosco altre opere, ignoro la sua prolifica (senza dubbio) produzione e se non fosse per il solito wikipedia (link di cui sopra) avrei faticato a trovare informazioni di inquadramento.
Quello che è interessante è come tra XIX e XX secolo, la borghesia (maschile) si scagliò contro chi le iniziava a sottrarre potere.
 Travisando Darwin, con l’ausilio d’argomenti pseudoscientifici, iniziò con il mito della donna vampiro. Un essere abietto dal volto diafano e scavato, corrotto e corruttore. 
Presto vennero altre “razze inferiori”: ebrei e omosessuali. Poi…
È una breve storia del razzismo strisciante nell’occidente. Un saggio affascinante che analizza uno degli aspetti della nascita del nazismo, ma non solo.
Ci metteva in guardia nel 1996: i piccoli razzismi possono trasformarsi sempre in tragedie.
Pochi lo hanno letto, ancor meno quelli che lo hanno ascoltato e oggi iniziano a  vedersi le conseguenze. 
Manca solo il ritorno dell'urlo bestiale che inneggi alla guerra sola igiene del mondo per dimostrare definitivamente non la veridicità delle ipotesi filosofiche di Giovan Battista Vico dei corsi e ricorsi storici, ma come l'uomo e la sua società siano disposte a non pensare piuttosto di rinunciare a distruggersi.

Post scriptum.
Ho appena scoperto che Vamp è anche Valorizzazione di materiali e prodotti di demolizione e, a ben pensare, è una chiosa perfetta a quanto appena detto, un segno provvidenziale di speranza. Per dirla col poeta cantore, "dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior". Ossia quando tutto è distrutto, come in un tragico puzzle qualche essere umano raccoglie, cura e ricrea quanto andato perso per mani folli ed assassine.